Sandro Veronesi, Baci scagliati altrove: "Profezia è un racconto di sole diciotto pagine. Non fatevi ingannare dalle dimensioni perché è un capolavoro.

Sandro Veronesi, Baci scagliati
altrove: "Profezia è un racconto di sole diciotto pagine. Non
fatevi ingannare dalle dimensioni perché è un capolavoro. Profezia è la cosa più
bella scritta da Alessandro Veronesi, la cosa più bella della letteratura
italiana da molte stagioni a questa parte e, faccio una predizione anche io, per
molte, molte stagioni a venire" (Antonio D'Orrico). Una raccolta di storie in
cui gli uomini cercano risposte agli interrogativi mentre la vita, con le sue
relazioni e dinamiche, si muove.
"Io so chi sei, Alessandro Veronesi, conosco
l'animo tuo, e ti dico che ti adopererai e ti industrierai affinché tuo padre
non muoia in un letto d'ospedale bensì, secondo le sue volontà, nel suo, nel
cuore della sua dimora." Il primo racconto di questa raccolta, è uno dei più bei
pezzi narrativi scritti in questi anni. Già acclamato da pubblico e critica,
Profezia è la storia di un figlio che accompagna il proprio padre alla morte.
Con uno stile incalzante e l'azione tutta profetizzata al futuro, la lettura
diventa mozzafiato e porta a conoscere uno dei percorsi più antichi del mondo:
un figlio che seppellisce il proprio genitore. Cambio di stile in un rapporto
padre-figlio è Quel che è stato sarà, dove il destino è immutato a se stesso, e
le dinamiche imposte dai genitori di due diverse famiglie a due figli si
riproporranno anni dopo, quando i ragazzini ormai adulti si troveranno di fronte
alla tragedia che li coinvolgerà entrambi. La crudeltà senza ragione della Furia
dell'agnello, è una crudeltà che si mischia alla tenerezza di un rapporto con il
presunto male, Sotto il sole dei campi elisi mette insieme tre letterati, e in
particolare due scrittori come Hector e Svevo, raccontati dal protagonista che
li accompagna in una passeggiata e assiste al muto conflitto tra i due, uno
scrittore di successo e uno che invece è tormentato da una realtà che non riesce
ancora a descrivere. Nell'omonimo racconto che dà il titolo alla raccolta, Baci
scagliati altrove, i percorsi tortuosi dell'io narrante sono ostacoli che si
superano soltanto quando si riduce lo spazio tra pensiero e azione. Come succede
a J-X-Z, nobile rampollo di una famiglia di sangue blu, amico di infanzia del
protagonista poeta. (da: https://mail.google.com/mail/?hl=it&shva=1#inbox/133d264683259f99
)
***
«Brevi
ondate circolari agitavano l’acqua» (di Rino
Tripodi)
Un racconto
visionario, ambientato in un Altrove Assoluto. Un viaggio alla deriva,
entro un’atmosfera asfittica e plumbea. Ma si colgano le citazioni e
l’ironia complessiva: si trovi, ad esempio, il significato del cognome presente
nel titolo in tedesco… “Alla ricerca della Pietra di Lügner” di Rino
Tripodi
-
«Potrei non sapere del
mondo le origini, / ma dai segni del cielo e da molte cose create / io sono
certo che il mondo non è fatto per noi: / tanto esso è forte di male. / Quanto
di spazio copre lo slancio terrestre / gran parte hanno i monti / avidi, le
selve grate alle fiere, le rupi, / le paludi plumbee di stagni / e i mari che
fanno lontane le terre: / qui l’arsura deserta, là il ghiaccio perenne / ci
tolgono la distesa del suolo» (Tito Lucrezio Caro, Della
natura)
-
«Credo che la cosa più
misericordiosa al mondo sia l’incapacità della mente umana di correlare tutto
ciò che contiene. Viviamo su una placida isola di ignoranza, in mezzo a cupi
mari d’infinito, e non era destino che viaggiassimo lontano. Le scienze, ognuna
tesa nella propria direzione, finora non ci hanno arrecato troppo danno; ma un
giorno la collezione di conoscenze dissociate spalancherà tali terrificanti
orizzonti della realtà, e della nostra spaventosa posizione in essa, che
impazziremo per la rivelazione» (Howard Phillips Lovecraft, Il richiamo di
Cthulhu)
-
«Io… ne ho viste di
cose… che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al
largo dei bastioni di Orione… E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle
porte di Tannhauser… E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo… come
lacrime nella pioggia…» (Ridley Scott, Blade
Runner)
Nella mia vita di marinaio
ho visto in molteplici circostanze fenomeni e cose stranissime e ho vissuto
peripezie straordinarie. Tuttavia credo che quasi nulla sia da considerarsi più
incredibile di ciò che accadde a me e a un mio equipaggio circa venti anni
fa.
Ricorderete certo tutti
come quello fosse il tempo in cui nell’Impero delle
Trasparenze Tentacolari andavano di moda le spedizioni avventurose alla ricerca
di oggetti magici.
Non dubito che rammentiate
tuttora l’esplorazione ai poli del conte Peter Wedding con l’obiettivo di
catturare l’Uccello Luminoso, che oggi è pacifico ritenere inesistente. O
estinto. Così pure vi sarà nota la triste fine dell’esploratore James Pinkerton,
persosi all’interno della Giungla del Verde Eterno: egli cercava la Pianta
Immortale, ma fu la morte a trovare lui. Per anni non si ebbero sue notizie.
Solo di recente l’archeologo Carlus Dummer ha rinvenuto gli scheletri di dodici
uomini e i resti di una spedizione presso un tempio perduto nell’intricata
vegetazione di quella foresta: si suppone si tratti di ciò che è rimasto di
Pinkerton e dei suoi compagni.
A tutt’oggi si deve ancora
far luce sulla vicenda del coraggioso tenente Ardente Bastiani. Questi si
addentrò nelle caverne delle Steppe Centrali alla ricerca della Città
Sotterranea. Dove conducevano quei cunicoli, quel misterioso formicaio sotto
terra di cui avevano riferito decine di viaggiatori? Noi continuiamo a
ignorarlo; forse Bastiani lo scoprì, ma non l’ha certo potuto
riferire.
Insomma, anch’io venni
coinvolto da quell’insana febbre che consisteva nell’andare alla scoperta di
segreti esistenti forse soltanto nei vagheggiamenti degli umani. Così andai alla
ricerca della famosa pietra studiata dal mineralogista David Caspar
Lügner.
Quest’ultimo, nel suo
Falschheit und Verwunderungen. Ein klein Vertrag, alla pagina 2749, ce
la descrive in tal modo: «Di colore giallo con piccole venature all’interno di
giallo più scuro, perfettamente rotonda, cristallizzata nel sistema trigonale
(classe trapezoedrica). I cristalli possono mostrarsi in svariatissime forme,
generalmente però sono formati da un prisma esagonale conchiuso ad una o ad
entrambe le estremità da un romboedro, o più spesso dalla combinazione di due
romboedri, uno diretto e uno inverso, che, se hanno sviluppo pressoché uguale,
si possono confondere con una bipiramide esagonale. Altre forme cristalline sono
bipiramidi trigonali, trapezoedri trigonali destri o sinistri o vari germinati.
Anche le dimensioni sono assai varie, da cristalli minutissimi a forme di
notevole grandezza, aventi talvolta un diametro di oltre un metro e un peso di
diversi quintali. Inattaccabile dagli acidi, ad eccezione di quello fluoridrico,
presenta i fenomeni della piezoelettricità, della piroelettricità e
dell’enantiomorfismo, accompagnato dal potere rotatorio nei riguardi della luce
polarizzata. La solubilità nell’acqua e nelle soluzioni saline è trascurabile,
ma ad elevata pressione e in acqua calda si scioglie abbastanza facilmente.
Inalata, provoca allucinazioni caratterizzate dai colori forti e tumultuosi.
Epperò, possiede sorprendenti qualità terapeutiche: cura ogni male col solo
contatto e dona la felicità a chi la possiede».
All’epoca ero proprietario
di un vascello, l’Inaffondabile,
che mi aveva già permesso di cogliere innumerevoli successi nel campo dei viaggi
e delle esplorazioni. Non essendo il mio spirito idealista disgiunto dal senso
pratico e dalla brama di ricchezza – intesa beninteso come liberazione dalla
schiavitù, vale a dire da quell’insieme di bisogni e costrizioni che umiliano e
affliggono quasi tutta l’umanità –, nel corso delle mie precedenti impreseero
riuscito non solamente a soddisfare la mia sete di avventura, ma anche a trarre
del profitto.
Si deve a me – e lo si
ricorda ancora oggi – l’introduzione nell’agricoltura del nostro Impero della
coltivazione del riso rosso, i cui semi faticosamente e pericolosamente riuscii
a importare dal Grande Arcipelago Orientale, ricavandone un guadagno decisivo
per la sicurezza e gli agi della mia esistenza. E altresì fu mia la scoperta
archeologica della Città Morta di Yabrud, che permise di riscrivere la storia
antica del nostro mondo. Tuttavia, come si sa, in quell’occasione non mi
comportai nobilmente – e non faccio difficoltà ad ammetterlo: benché tutta la
missione fosse stata finanziata dal Museo d’Arte Antica dell’Impero, non
rivelai il sito di Yabrud fino a quando il mio compenso precedentemente pattuito
non venne triplicato.
Quando allestii la
spedizione per la Pietra di Lügner lo feci pure perché sapevo che quella ricerca
mi avrebbe consentito di ottenere, nel corso del viaggio che si sarebbe
percorso, anche ulteriori pietre preziose. Cercando una ricchezza, spesso ci si
imbatte in altre.
Fu così che, in una lontana
e – ricordo tuttora – lattiginosa alba di tanti anni fa, il mio vascello partì.
Mi affiancavano il fido sottotenente Fortuyne e altri dieci uomini provenienti
dalle più disparate regioni del mondo. La navigazione fu tranquilla fino al
nostro primo approdo: la Baia di Takora.
Secondo la tradizione,
infatti, l’ambito minerale doveva trovarsi lungo le coste di tre o quattro
regioni. La leggenda mistica del prete pazzo Al-Al-Aspher affermava che
essa fosse stata vista più volte sulla costa occidentale del Continente Torrido,
più esattamente nell’ampia insenatura della Baia di Takora. Il viaggiatore
orientale Ho-Chen, invece, nel suo Lo zen e l’arte del viaggiare
silenzioso, si diceva sicuro che la gemma fosse situata sulle coste
dell’isola di Beleces, nell’Arcipelago delle Isole Cangianti. Diversa l’opinione
del navigatore Erik Russ, che la collocava tra i ghiacci del polo, ma la
suaframmentaria opera Alla deriva, alla deriva!, rinvenuta nelle nevi
eterne, dopo il suo ultimo, tragico viaggio, non specifica se si trattasse del
Polo Ovest o del Polo Est. Il mercante del Secolo d’Oro Ralf Jorgensen, infine,
assicurava di averla avvistata nel Golfo Bianco, ove spesso si confondeva con
l’ambra: Mari estranei era l’opera in cui era presente questa
informazione.
Cominciammo, dunque, con la
Baia di Takora. Attraccammo nel punto
indicato da Al-Al-Aspher. Era un’amplissima insenatura sabbiosa e dovemmo
fermarci lontano dalla riva per evitare di rimanere con la chiglia della nave
bloccata dalla rena.
Uno spettacolo
straordinario e impressionante ci si parò dinanzi agli occhi: sulla sabbia,
verso l’interno, in direzione di un’area desertica che si spingeva fino alla
costa, priva di quella vegetazione che sempre e ovunque si affaccia sul mare, vi
erano decine di navi ormai semisepolte. Guardando più lontano, diventavano
centinaia. E, ancor più dentro, nel deserto, migliaia.
Si trattava di navigli di
ogni foggia, di ogni grandezza, di ogni epoca. Piroghe, pescherecci, galeoni,
navi da guerra, transatlantici, traghetti, barche di ricchi aristocratici,
carghi, si estendevano a perdita d’occhio, semisommersi dalle sabbie. I
bastimenti più antichi già in mezzo al deserto, quasi interamente sepolti,
quelli più recenti ancora presso la riva, ben visibili.
Il Deserto di Golabis, il
più orrendo del pianeta, avanzava sulla costa, rubando spazio al mare. Le navi
poste sulla via di questa accanita, implacabile, orrenda marcia, venivano
inghiottite miseramente dalla sabbia: saremmo dovuti essere ben vigili se
volevamo evitare di fare la stessa fine delle altre
imbarcazioni.
Il giorno dopo, infatti, ci
accorgemmo che in superficie la sabbia era avanzata di mezzo metro verso
l’Inaffondabile e che sotto il mare si era avvicinata anche di più.
Indietreggiammo, ancorandoci al largo. Ogni mattina, con le scialuppe di
salvataggio, ci portavamo sulla riva per perlustrarla.
Quante pietre preziose
ricavammo da quell’impresa! Diamanti, soprattutto, che, grossi come albicocche,
allorquando i raggi del sole li colpivano, splendevano sulla rena, abbagliandoci
col loro riflesso. Nel mese che sostammo nella baia, ne riempimmo due
sacchi.
Tuttavia, della Pietra di
Lügner nessun segno. Secondo la leggenda, un prezioso indizio della sua presenza
sarebbe stato il fatto che la riva dove si trovava sarebbe stata costellata di
ambra, minerale simile a essa, anche se più piccolo e meno splendente. Ma nella
Baia di Takora non rintracciammo neanche un frammento di
ambra.
I fantasmi dei navigli
sparsi intorno a noi sembravano schernirci ogni sera, quando risalivamo sulle
scialuppe per tornare sull’Inaffondabile. La notte, dalla nostra bella
nave, potevamo distinguere quegli scheletri, di tanto in tanto illuminati dalle
fosforiche luci del deserto.
«Capitano, non credo che
troveremo mai la pietra da queste parti» mi disse una sera il fedele
Fortuyne.
«Concordo con lei,
sottotenente. Predisponga la partenza per domani
mattina».
«Maledetto prete pazzo!»
continuò Fortuyne, riferendosi ad Al-Al-Aspher.
«Beh, consideriamo che non
ce ne andremo a mani vuote».
A questa mia affermazione
Fortuyne mi guardò perplesso o, forse, deluso.
Trascorso un mese di
navigazione nei Mari Meridionali, arrivammo all’isola di
Beleces, alle coordinate indicate dal mercante Ho-Chen.
La foresta tropicale si
spingeva fino al mare. Anche in questo caso, era assente la tipica flora
costiera, sostituita da alberi e piante equatoriali che avevano avviluppato nel
corso del tempo le sfortunate imbarcazioni che non avevano avuto l’accortezza di
attraccare lontano dalla costa in perenne movimento
vegetale.
Qui avanzavano mostruosi
alberi dalle liane che si aggrovigliavano attorno a tutto quello che
incontravano, piante dai fiori osceni per il loro colore e i loro inebrianti
profumi.
Infiniti navigli erano
rimasti prigionieri di quell’incubo verde. Vicino al mare si poteva ancora
intravedere qualche bastimento preso dalla dirompente vegetazione. Andando più
verso la giungla, invece, tutto era sparito, tranne alcuni battelli che gli
alberi, nella loro rigogliosa crescita, avevano sollevato, fino a farli svettare
– incredibile visione – sulla selva stessa.
Sicché, da lontano, si
poteva avere l’illusione di vedere le chiglie di decine di navi solcare
quell’oceano verdastro. Scimmie, uccelli coloratissimi e animali di ogni genere
se ne erano impossessati e le guidavano nel loro ultimo, immobile,
viaggio.
Vicino al mare, sotto gli
alberi che si spingevano fino alla riva, annullando la sabbia marina, smeraldi
meravigliosi brillavano a centinaia, confondendo il loro colore con quello della
vegetazione selvaggia ed esultante.
Nessuna traccia, però,
della Pietra di Lügner.
Furono sufficienti un paio
di settimane per accatastare quanti più smeraldi
potevamo.
«Ho-Chen era un bugiardo!»
commentò stavolta Fortuyne.
Ripartimmo per il Polo Est,
e poi per quello Ovest. Per non ripetermi, dirò che al Polo Ovest ci imbattemmo
in ciò in cui eravamo incorsi, un paio di mesi prima, anche al Polo Est: il
ghiaccio proveniente dall’interno era giunto fino alla costa. Il mare tendeva a
congelarsi sempre più e le navi che non avevano avuto la prudenza di stazionare
lontane dalle coste o, meglio, dall’avanzata dei ghiacciai, avevano finito per
esserne inglobate.
Come fossero racchiusi
entro vetri del tutto diafani, centinaia di bastimenti erano rimasti prigionieri
del gelo. Il movimento dei ghiacciai li aveva talvolta spostati, altre volte
spezzati, frantumati, sbriciolati, altre volte ancora semplicemente incorporati
come all’interno di una bolla di sapone.
Sulla costa congelata,
lontanissimi dalla terraferma, che mai vedemmo durante la nostra sosta (soltanto
le montagne si avvistavano appena) e che, in ogni caso, ci sarebbe stato
difficilissimo scoprire perché doveva trovarsi ben al di sotto della crosta
ghiacciata, vi erano, difficili a riconoscersi tra quell’eterno biancore,
centinaia di candidi zaffiri, che si confondevano col gelo infinito. Riuscimmo
ugualmente a racimolarne in quantità.
Una notte, però, cominciò a
nevicare e, all’alba, tutto era ricoperto di una coltre bianca che non ci
avrebbe più consentito di raccogliere quelle pietre preziose. I suoni erano
talmente attutiti che non riuscivamo neanche a comprendere le parole che
emettevamo.
«Dannato Eric Russ!»
imprecò Fortuyne.
Allora si decise di salpare
per l’ultima meta: il Golfo Bianco.
Stavolta il viaggio di
avvicinamento fu più ampio e non privo di inconvenienti. Molteplici furono le
tempeste che dovemmo affrontare o, al contrario, lunghi periodi di incredibile
bonaccia. Comunque, alla fine, giungemmo nell’insenatura indicata da Mari
estranei di Jorgensen.
E capimmo subito che
eravamo arrivati nel posto tanto agognato: lungo la costa piatta, costituita di
fango, che si estendeva per miglia e miglia verso l’interno, vedemmo luccicare
milioni di pezzi di ambra!
Le navi che ci avevano
preceduti erano rimaste prigioniere della melma che avanzava. Alcune erano semi
sommerse dalle sabbie mobili. Anche qui nessuna vegetazione tipica delle coste
marine, ma solo una distesa interminabile e monotona di mota marrone, costellata
dal minerale che preannunciava l’altra e più preziosa
scoperta.
Pure nel Golfo Bianco
ancorammo l’Inaffondabile lontano dalla costa infida: sbarcammo, al
solito, con le scialuppe, cercando, una volta scesi sulla riva, di evitare le
sabbie mobili.
Per tentare di individuare,
nella moltitudine di ambra giallastra, ciò che cercavamo, issammo un uomo in
alto, per permettergli di avvistare la gemma più grande e singolare delle
altre.
«Cosa vedi, cosa vedi?»
chiedevamo ansiosi.
Nelle storie di avventura,
in genere, il recupero di ciò che si è tanto cercato avviene in seguito a
innumerevoli sforzi, invece devo ammettere che trovammo la Pietra di Lügner al
primo tentativo.
«Eccola, eccola, è a circa
cento metri da noi!» urlò l’uomo.
Ci avviammo verso la
direzione indicata, ed essa era proprio lì. È impossibile descrivere quella
pietra: nulla di appartenente al nostro pianeta poteva esserle paragonata. Era
sì gialla, ma di un colore giallo mai visto prima, con venature altrettanto
ignote. Era trasparente, appena compatta. Grande più o meno quanto un grosso
pugno, era più pesante, o più leggera di quanto ti saresti aspettato e, al
tatto, appariva a volte calda, a volte fredda.
La richiudemmo in un
cofanetto prezioso e la custodimmo nella cassaforte della nostra nave. Qualche
ora più tardi, dopo aver rastrellato quanta più ambra eravamo in grado di fare,
decidemmo di salpare immediatamente. Tutto sommato, eravamo sazi di ricchezze e
di bottino.
A quelle latitudini la
notte scende presto, per cui stabilimmo di fermarci lì per poi ripartire
all’alba: la nostra permanenza in quei luoghi desolati sarebbe comunque dovuta
durare un solo giorno. La sera festeggiammo moderatamente, com’era mia
abitudine, non tollerando eccessi.
Tuttavia, con l’avanzare
della notte, ci accorgemmo che non riuscivamo a vedere nulla fuori
dall’Inaffondabile. Probabilmente la straordinaria oscurità era
provocata da nuvole di prodigioso spessore, però, non soltanto esternamente non
vi era la benché minima luminosità, ma anche la luce delle torce che recavamo in
coperta pareva essere assorbita dal nero che ci avvolgeva. Comunque, eravamo
troppo felici per preoccuparci di un fenomeno naturale e ci recammo tutti a
dormire tranquillamente.
La mattina successiva fui
svegliato dalle grida scomposte del marinaio Walker:
«Capitano, capitano, venga
a vedere!»
Corsi in coperta e mi
trovai di fronte a un tipo di mare mai conosciuto in tutti i miei
viaggi.
Brevi ondate circolari
agitavano l’acqua. E, più che la loro forma, colpiva il colore. Erano bianche e
celesti, con striature amaranto, e sembravano il rimescolio dei colori a olio
compiuto da un pittore eccentrico o totalmente folle. Oleose e compatte, le onde
parevano attaccarsi alla chiglia della nave; poi l’acqua densa scivolava
lentamente verso il basso.
Non riuscii a spiegarmi il
fenomeno, ma non gli diedi molta importanza. Dovevamo partire, e
partimmo.
Dopo poche ore di
navigazione verso ovest, incontrammo uno strano arcipelago, non segnato da
alcuna carta. Isolotti lavici, a volte conglomerati di scogli, bucherellati
forse dal vento, si estendevano a perdita d’occhio. Con prudenza ci muovevamo
tra di loro, per evitare l’impatto, nondimeno essi parevano infittirsi, fin
quasi a sbarrarci il passo, a impedirci di proseguire. Diedi quindi l’ordine di
tornare indietro, prima che ci incagliassimo in quell’insolito e sconosciuto
arcipelago.
L’operazione richiese
l’intera giornata e, quando ci allontanammo a sufficienza da quelle scogliere
maledette, era ormai troppo tardi per cercare una nuova rotta. La notte ci colse
di sorpresa, con l’oscurità avvolgente che ho già
descritto.
Un silenzioso nervosismo si
era impadronito dell’equipaggio.
All’alba del giorno
seguente, la nostra sorte sembrò migliorare: il mare era tornato di
colore normale e vi era una brezza favorevole. Però, appena staccammo l’ancora,
vedemmo centinaia di balene bloccarci il cammino. Erano tante, e così vicine le
une alle altre, che la loro carne gigantesca ricopriva l’intera superficie del
mare.
Rimanemmo pertanto fermi
tutta la giornata e la notte successiva, sempre nera e
tenebrosa.
Il mattino dopo, le balene
non c’erano più e tentammo un’altra rotta. Evitammo il misterioso arcipelago di
due giorni prima, ma un altro imprevisto ci occorse: una montagna d’acqua, una
enorme cascata proveniente dall’alto (ma da dove, mio Dio, da dove?) ci impediva
il passaggio.
Superare quella barriera
sarebbe stato impossibile; retrocedemmo fino a che essa scomparve dal nostro
orizzonte.
I marinai, si sa, sono
superstiziosi e quegli imprevisti non fecero che aumentare
l’inquietudine.
La situazione peggiorò la
notte stessa. Non vi era più l’oscurità infernale della notte precedente:
finalmente, si poteva osservare il cielo stellato. Ma quale cielo! Ahimè, non si
trattava di alcun firmamento noto su questo pianeta!
Era un cielo notturno del
tutto alieno: non vi era neanche una luna. Galassie ignote e misteriose nebulose
erano visibili a occhio nudo, enormi e luminose, come se noi fossimo stati
scaraventati in un altro punto dell’universo, vicinissimi a qualche ammasso
stellare. Si vedevano le galassie vorticare vertiginosamente, le nebulose
scintillare nei loro infiniti colori. Nessuna delle costellazioni conosciute sul
nostro pianeta era individuabile in quella volta
incognita!
«Dèi benevoli, dove ci
troviamo, dove siamo?» esclamò Fortuyne.
Le cose non andarono meglio
all’indomani, quando, utilizzando la strumentazione di bordo, cercammo di
salpare per dirigerci verso sud-ovest.
Una bonaccia inverosimile
ci avvolse. Nel Golfo Bianco non fa mai caldo, eppure ci trovammo immersi in
un’atmosfera equatoriale. Umidità e afa, pur se evitavamo qualsiasi sforzo, ci
facevano sudare di continuo. Il vascello era immobile. Col passare delle ore un
chiarore giallastro ci avvolse completamente. Luminescenti corpuscoli
vorticavano veloci nell’aria lucente.
Uno alla volta ci
afflosciammo e – strano a dirsi – passammo il pomeriggio dormendo. La sera recò
con sé un’altra novità: nel cielo stavano sorgendo tre lune di eguale grandezza
e luminosità, a poca distanza l’una dall’altra. Il firmamento della notte prima
non c’era più, forse cancellato dalla luce emanata dai tre nuovi astri. Ma si
trattava di una luce malata, che ci illuminava come spettri. Ci muovevamo
irreali tra gli alberi della nave, proiettando schizofreniche
ombre.
«Non è il nostro pianeta!
Come siamo finiti qui? Che orrore è mai questo?» urlò disperatamente il marinaio
Jannini.
La mattina seguente, a poco
a poco, tramontarono le tre lune, lasciando però spazio a due soli sconosciuti,
di dimensioni diverse. Il cambusiere ci avvertì che nel corso della notte le
scorte di cibo si erano putrefatte: tutto era già ridotto a una poltiglia
disgustosa. Intanto il mare era cambiato: era divenuto di un giallo uniforme, ed
emanava un insopportabile odore di rancido. Con l’avanzare del tempo, mare, aria
e cielo si confusero.
Anche quel giorno, a causa
della scarsità di venti, non ci muovemmo di un metro.
La notte fu ancora diversa
da quelle che l’avevano preceduta: nel cielo ora si vedevano solamente stelle o,
meglio, puntini luminosi, disposti in ordine perfetto, a formare un compiuto
ordito dal disegno indiscernibile. Tuttavia, qualche marinaio vi vide, o vi
volle vedere, una mostruosa ragnatela.
Non bastò solo questo.
Sotto l’acqua scorgemmo strani bagliori e ci parve che dagli abissi ombre
informi e frastagliate risalissero verso la superficie. Parevano stracci
svolazzanti.
Tra i marinai si era sparsa
la voce che la colpa delle nostre disgrazie fosse da attribuire alla presenza
della Pietra di Lügner sulla nostra imbarcazione.
Il mattino successivo
cercammo di catturare del pesce per mangiare, dopo che tutte le riserve
erano andate in malora ed erano state gettate nell’acqua, però gli animali che
di volta in volta tiravamo su erano talmente strani che non avemmo il coraggio
di cibarcene. Rinvenivamo pesci ignoti, a volte simili a quelle mostruose
creature degli abissi che talvolta i pescatori trovano impigliate nelle loro
reti; e, poi, alghe dai colori ignoti, rifiuti indefinibili, oggetti rovinati
dall’acqua salmastra, ma, comunque, irriconoscibili.
Fu ancor peggio il giorno
seguente, quando sorse un singolo sole, un adiposo globo giallastro, comparabile
all’occhio allucinato di un funesto demiurgo, perverso e malato. Intorno a noi
scomparve qualunque segno di vita marina, terrestre, aerea. Non si udiva nulla.
Neanche il mare si muoveva più, era piatto e immobile. Ogni cosa sembrava
morta.
Sulla pelle di quasi tutti
noi erano comparse macchie di colore violaceo, con ogni probabilità da
attribuire alla scarsità di cibo, o all’aria pestilenziale che ci avvolgeva. O a
che cosa?
Gli occhi devastati dei
miei marinai emettevano una sola richiesta, e io sapevo quale
fosse.
Ritornammo in breve al
largo del punto in cui avevamo raccolto la Pietra di Lügner. Aprii la cassaforte
in cui erano racchiusi tutti i grossi sacchi con le pietre preziose che avevamo
rastrellato. Nello sfiorarli ebbi la sensazione che la loro consistenza fosse
diversa, ma non avevo né tempo, né voglia di controllare. Accanto a loro vi era
il cofanetto che custodiva l’obiettivo primario delle nostre vicende; lo presi,
lo aprii e contemplai lungamente quel misterioso minerale, quindi, assieme a
Fortuyne, calai in acqua una scialuppa e vi montai col piccolo scrigno e il suo
contenuto.
Raggiunta la riva, estrassi
la pietra che tanti sforzi ci era costata e la guardai ancora, per l’ultima
volta: mi parve di scorgere un ghigno beffardo dentro quelle trasparenze
giallastre. La lanciai sulla spiaggia da cui era provenuta. Ballonzolò tra
l’ambra e il fango per un po’, come un normale sasso, e poi si
fermò.
Potemmo finalmente
ripartire. Via via che ci allontanavamo, il mare, le onde, il
cielo, si mostrarono nel loro consueto aspetto. Il sole era come sempre era
stato in quella stagione e la notte vedeva risplendere i soliti astri, nel
solito modo, nella solita posizione.
Dopo un paio di giorni
incrociammo un cacciatorpediniere dell’Impero che ci rifocillò con cibo fresco e
sano e curò quelli di noi più malconci con qualche farmaco
appropriato.
La Pietra di Lügner,
tuttavia, ci riservò un’ultima sorpresa.
Mi ero scordato dell’ambra,
degli zaffiri, degli smeraldi, dei diamanti raccolti. Quando, finalmente,
attraccammo nel nostro porto, riaprii la cassaforte per ammirare per l’ultima
volta le nostre ricchezze, prima di venderle a una ricca Compagnia di
Gioiellieri. Toccare i sacchi mi diede di nuovo quelle spiacevoli sensazioni che
avevo già provate qualche giorno prima. Cos’era? Sembrava che quei preziosi
avessero perso la loro consistenza.
E così era. Dentro i sacchi
vi era solo polvere. Non frammenti, schegge di diamanti, smeraldi, zaffiri,
ambra, ma una indistinta polvere bianca, verde, trasparente, gialla, di nessun
valore.
Pagai a tutti gli uomini
dell’equipaggio il minimo di quanto concordato e dovetti far vedere loro quei
sacchetti di polvere per giustificare perché non potevo premiarli oltre, come
pattuito nel caso della scoperta di minerali preziosi.
Ebbi il dubbio che non mi
credessero e pensassero che avessi sostituito le borse per non ricompensarli
nella maniera dovuta, ma, forse, capirono più di me cosa potesse essere
accaduto.
Questa storia si conclude
così.
Da allora non lessi più libri esoterici e cercai di
investire con altri criteri quel che mi era rimasto della mia
fortuna.
Eppure, ancora nel tempo
presente, talune notti, mi appare in sogno un’indistinta luminosità giallastra,
e scorgendo, oltre essa, paesaggi di altri mondi, mi sveglio di soprassalto,
madido di sudore.
Le
immagini: vari dipinti del visionario pittore romantico tedesco Caspar
David Friedrich (Greifswald, 1774 – Dresda, 1840).
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Progetto Parzifal
Dolci Presenze del Viandante seguono l'Ombra in questo Silenzio popolato di Assenza.
Viaggiare. Dentro. Fuori.